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Sinodo amazzonico: l’apertura di Papa Francesco alla Pachamama

SINODO DEI VESCOVI
SINODO SPECIALE PER LA REGIONE PANAMAZZONICA 

 

AMAZZONIA:
NUOVI CAMMINI PER LA CHIESA E
PER UN’ECOLOGIA INTEGRALE 
 

DOCUMENTO FINALE

Vaticano
26 ottobre 2019

INTRODUZIONE

1. “E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere»” (Ap 21,5)

Dopo un lungo cammino sinodale di ascolto del Popolo di Dio nella Chiesa amazzonica, inaugurato da Papa Francesco durante la sua visita in Amazzonia il 19 gennaio 2018, il Sinodo si è tenuto a Roma con un incontro fraterno di 21 giorni nell’ottobre 2019. Il clima è stato quello di uno scambio aperto, libero e rispettoso dei vescovi pastori dell’Amazzonia, di missionari e missionarie, laici, laiche e rappresentanti dei popoli indigeni dell’Amazzonia. Siamo stati testimoni partecipi di un evento ecclesiale segnato dall’urgenza del tema che richiede l’apertura di nuovi cammini per la Chiesa nel territorio. Si è condiviso un lavoro serio in un’atmosfera segnata dalla convinzione di ascoltare la voce dello Spirito presente.

Il Sinodo si è svolto in un clima fraterno e di preghiera. Più volte gli interventi sono stati accompagnati da applausi e canti e, tutti, da profondi silenzi contemplativi. Fuori dall’aula sinodale, si è registrata una notevole presenza di persone venute dal mondo amazzonico che hanno organizzato eventi di sostegno per mezzo di diverse attività e processioni, come quella di apertura con canti e danze che ha accompagnato il Santo Padre dalla tomba di Pietro all’Aula sinodale. Ha avuto un forte impatto la Via Crucis dei martiri dell’Amazzonia. Si è inoltre avuta una massiccia presenza dei media internazionali.

2. Tutti i partecipanti hanno espresso una profonda consapevolezza della drammatica situazione di distruzione che colpisce l’Amazzonia. Ciò significa la scomparsa del territorio e dei suoi abitanti, in particolare dei popoli indigeni. La foresta amazzonica è un “cuore biologico” per la Terra, sempre più minacciata. Si ritrova, infatti, in una corsa sfrenata verso la morte. Esige cambiamenti radicali con estrema urgenza, una nuova direzione che consenta di salvarla. È scientificamente provato che la scomparsa del bioma amazzonico avrà un impatto catastrofico sul pianeta nel suo complesso!

3. Il cammino sinodale del Popolo di Dio nella fase preparatoria ha coinvolto tutta la Chiesa del territorio, i Vescovi, i missionari e le missionarie, i membri delle Chiese di altre confessioni cristiane, i laici e le laiche, e molti rappresentanti dei popoli indigeni, attorno al documento preparatorio che ha ispirato l’Instrumentum Laboris. Si sottolinea l’importanza dell’ascolto della voce dell’Amazzonia, mossa dal grande soffio dello Spirito Santo nel grido della terra ferita e dei suoi abitanti. È stata registrata la partecipazione attiva di oltre 87.000 persone, provenienti da città e culture diverse, nonché di numerosi gruppi di altri settori ecclesiali e il contributo di accademici e organizzazioni della società civile sui temi specifici principali.

4. La celebrazione del Sinodo è riuscita a mettere in evidenza l’integrazione della voce dell’Amazzonia con la voce e il sentimento dei pastori partecipanti. È stata una nuova esperienza di ascolto per discernere la voce dello Spirito che conduce la Chiesa verso nuovi cammini di presenza, evangelizzazione e dialogo interculturale in Amazzonia. La richiesta, emersa nel processo preparatorio, che la Chiesa sia alleata del mondo amazzonico, è stata affermata con forza. La celebrazione si conclude con grande gioia e con la speranza di abbracciare e mettere in pratica il nuovo paradigma dell’ecologia integrale, la cura della “casa comune” e la difesa dell’Amazzonia.

CAPITOLO I

AMAZZONIA: DALL’ASCOLTO ALLA CONVERSIONE INTEGRALE

“E mi mostrò poi un fiume d’acqua di vita, limpido come cristallo,
che scaturiva dal trono di Dio e dall’Agnello” (Ap 22,1)

 

5. Cristo ci orienta verso l’Amazzonia (cfr. Paolo VI, Messaggio ai Pellegrini a Belém do Parà, 10 ottobre 1971). Egli libera tutti dal peccato e dona la dignità dei figli di Dio. L’ascolto dell’Amazzonia, nello spirito proprio del discepolo e alla luce della Parola di Dio e della Tradizione, ci spinge a una profonda conversione dai nostri schemi e dalle nostre strutture a Cristo e al suo Vangelo.

La voce e il canto dell’Amazzonia come messaggio di vita

6. In Amazzonia la vita è inserita, collegata e integrata al territorio che, in quanto spazio fisico vitale e nutriente, è possibilità, sostentamento e limite della vita. L’Amazzonia, chiamata anche Panamazzonia, è un vasto territorio con una popolazione stimata in 33.600.000 abitanti, di cui tra i 2 e i 2,5 milioni sono indigeni. Quest’area, costituita dal bacino del Rio delle Amazzoni e da tutti i suoi affluenti, si estende su 9 Paesi: Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Brasile, Guyana, Suriname e Guyana Francese. La regione amazzonica è essenziale per la distribuzione delle precipitazioni nelle regioni del Sud America e contribuisce ai grandi movimenti d’aria in tutto il pianeta; attualmente è la seconda area più vulnerabile al mondo in relazione ai cambiamenti climatici causati dall’azione diretta dell’uomo.

7. L’acqua e la terra di questa regione nutrono e sostengono la natura, la vita e le culture di centinaia di comunità indigene, contadini, afro-discendenti, meticci, coloni, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi e abitanti delle città. L’acqua, fonte di vita, possiede un ricco significato simbolico. Nella regione amazzonica, il ciclo dell’acqua è l’anello di congiunzione. Collega gli ecosistemi, le culture e lo sviluppo del territorio.

8. Nella regione amazzonica esiste una realtà multietnica e multiculturale. I diversi popoli hanno saputo adattarsi al territorio. All’interno di ogni cultura, hanno costruito e ricostruito la loro cosmovisione, i loro segni e i loro significati, e la visione del loro futuro. Nelle culture e nei popoli indigeni, antiche pratiche e spiegazioni mitiche coesistono con le tecnologie e le sfide moderne. I volti che abitano l’Amazzonia sono molto variegati. Oltre ai popoli originari, esiste un grande meticciato nato dall’incontro e dal non incontro di popoli diversi.

9. La ricerca di vita in abbondanza dei popoli indigeni amazzonici si concretizza in quello che essi chiamano il “buon vivere”, il quale si realizza pienamente nelle Beatitudini. Si tratta di vivere in armonia con sè stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo, giacché esiste un’intercomunicazione tra tutto il cosmo, dove non ci sono né escludenti né esclusi, e dove possiamo forgiare un progetto di vita piena per tutti. Tale comprensione della vita è caratterizzata dalla connessione e dall’armonia dei rapporti tra acqua, territorio e natura, vita comunitaria e cultura, Dio e le varie forze spirituali. Per essi, “buon vivere” significa comprendere la centralità del carattere relazionale trascendente degli esseri umani e del creato, e implica il “buon fare”. Questo modo integrale si esprime in un modo peculiare di organizzarsi che parte dalla famiglia e dalla comunità, e che abbraccia un uso responsabile di tutti i beni del creato. I popoli indigeni aspirano a conseguire migliori condizioni di vita, soprattutto nel campo della salute e dell’educazione, a godere dello sviluppo sostenibile di cui essi stessi siano protagonisti e che essi stessi possano discernere, uno sviluppo che mantenga l’armonia con i loro modi di vita tradizionali, in un dialogo tra la saggezza e la tecnologia dei loro antenati e quelle recentemente acquisite.

Il grido della terra e il grido dei poveri

10. L’Amazzonia oggi è tuttavia una bellezza ferita e deformata, un luogo di dolore e violenza. Gli attentati contro la natura hanno conseguenze per la vita dei popoli. Quest’unica crisi socio-ambientale si è riflessa nell’ascolto presinodale, che ha evidenziato le seguenti minacce alla vita: appropriazione e privatizzazione di beni naturali, come l’acqua stessa; concessioni legali ad industrie di legname e l’ingresso di industrie di legname illegali; caccia e pesca predatoria; mega-progetti non sostenibili (progetti idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento massiccio, monocolture, infrastrutture viarie, infrastrutture idriche, ferrovie, progetti minerari e petroliferi); inquinamento causato dall’industria estrattiva e dalle discariche urbane; e, soprattutto, il cambiamento climatico. Si tratta di minacce reali che producono gravi conseguenze sociali: malattie derivate dall’inquinamento, traffico di droga, gruppi armati illegali, alcolismo, violenza contro le donne, sfruttamento sessuale, traffico e tratta di esseri umani, vendita di organi, turismo sessuale, perdita della cultura originaria e dell’identità (lingua, pratiche spirituali ed usanze), criminalizzazione e assassinio di leader e difensori del territorio. Dietro tutto questo ci sono gli interessi economici e politici dei settori dominanti, con la complicità di alcuni governanti e di alcune autorità indigene. Le vittime sono i soggetti più vulnerabili, i bambini, i giovani, le donne e la sorella madre terra.

11. La comunità scientifica, da parte sua, avverte dei rischi della deforestazione, che a oggi si avvicina a quasi il 17% dell’intera foresta amazzonica, e minaccia la sopravvivenza dell’intero ecosistema, mettendo in pericolo la biodiversità e modificando il ciclo vitale dell’acqua per la sopravvivenza della foresta tropicale. Inoltre, l’Amazzonia svolge anche un ruolo fondamentale come cuscinetto contro i cambiamenti climatici e fornisce sistemi di supporto vitale di valore inestimabile e fondamentale collegati all’aria, l’acqua, il suolo, le foreste e la biomassa. Allo stesso tempo, gli esperti ricordano che utilizzando la scienza e le tecnologie avanzate per una bioeconomia innovativa delle foreste intatte e dei fiumi che scorrono, è possibile contribuire a salvare la foresta tropicale, proteggere gli ecosistemi dell’Amazzonia e i popoli indigeni e tradizionali, e allo stesso tempo fornire attività economiche sostenibili.

12. Un fenomeno da affrontare sono le migrazioni. Nella regione amazzonica si verificano tre processi migratori simultanei. In primo luogo, i casi di mobilità dei gruppi indigeni in territori a circolazione tradizionale, separati da frontiere nazionali e internazionali. In secondo luogo, lo spostamento forzato di popoli indigeni, contadini e popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi, espulsi dai loro territori, la cui destinazione finale coincide tendenzialmente con le zone più povere e peggio urbanizzate delle città. In terzo luogo, la migrazione interregionale forzata e il fenomeno dei rifugiati che, costretti a lasciare i loro Paesi (tra gli altri, Venezuela, Haiti, Cuba), devono attraversare l’Amazzonia come corridoio migratorio.

13. Lo spostamento di gruppi indigeni, espulsi dai loro territori o attratti dal falso bagliore della cultura urbana, rappresenta una specificità unica dei movimenti migratori in Amazzonia. I casi in cui la mobilità di questi gruppi avviene in territori di tradizionale circolazione indigena, separati da frontiere nazionali e internazionali, richiedono un’attenzione pastorale transfrontaliera in grado di includere il diritto alla libera circolazione di questi popoli. La mobilità umana in Amazzonia rivela il volto di Gesù Cristo impoverito e affamato (cfr. Mt 25,35), espulso e senza tetto (cfr. Mt 2,13-14), ma si esprime anche nella femminilizzazione della migrazione che rende migliaia di donne vulnerabili alla tratta di esseri umani, una delle peggiori forme di violenza contro le donne e una delle più perverse violazioni dei diritti umani. Il traffico di persone legata alla migrazione richiede un permanente lavoro pastorale in rete.

14. La vita delle comunità amazzoniche non ancora condizionate dall’influenza della civiltà occidentale si riflette nelle credenze e nei riti sull’azione degli spiriti della divinità, chiamati in innumerevoli modi, con e nel territorio, con e in relazione alla natura (LS 16, 91, 117, 138, 240). Riconosciamo che per migliaia di anni quelle comunità si sono prese cura della loro terra, delle loro acque e delle loro foreste, e sono riuscite a preservarle fino ad oggi affinché l’umanità possa godere dei doni gratuiti della creazione di Dio. I nuovi cammini di evangelizzazione devono essere costruiti in dialogo con queste conoscenze fondamentali, nelle quali si manifestano come semi della Parola.

La Chiesa nella regione amazzonica

15. La Chiesa nel suo processo di ascolto del grido del territorio e del grido dei popoli deve fare memoria dei suoi passi. L’evangelizzazione in America Latina è stato un dono della Provvidenza che chiama tutti alla salvezza in Cristo. Nonostante la colonizzazione militare, politica e culturale, e al di là dell’avidità e dell’ambizione dei colonizzatori, ci sono stati molti missionari che hanno dato la loro vita per trasmettere il Vangelo. Il sentimento missionario ha ispirato non solo la formazione di comunità cristiane, ma anche una legislazione come le Leggi delle Indie, che proteggevano la dignità degli indigeni contro le aggressioni perpetrate a danno dei loro popoli e dei loro territori. Tali abusi hanno causato ferite nelle comunità e oscurato il messaggio della Buona Novella. L’annuncio di Cristo si è compiuto spesso in connivenza con i poteri che sfruttavano le risorse e opprimevano le popolazioni. Nel momento attuale, la Chiesa ha l’opportunità storica di differenziarsi dalle nuove potenze colonizzatrici ascoltando i popoli amazzonici per poter esercitare in modo trasparente la sua attività profetica. Inoltre, la crisi socio-ambientale apre nuove opportunità per presentare Cristo in tutto il suo potenziale liberatorio e umanizzante.

16. Una delle pagine più gloriose dell’Amazzonia è stata scritta dai martiri. La partecipazione dei seguaci di Gesù alla sua passione, morte e risurrezione gloriosa ha accompagnato la vita della Chiesa fino ad oggi, soprattutto nei momenti e nei luoghi in cui essa, a causa del Vangelo di Gesù, vive in mezzo ad una accentuata contraddizione, come avviene oggi con coloro che lottano coraggiosamente per un’ecologia integrale in Amazzonia. Questo Sinodo riconosce con ammirazione coloro che lottano, a grande rischio della propria vita, per difendere l’esistenza di questo territorio.

Chiamati a una conversione integrale

17. L’ascolto del grido della terra e del grido dei poveri e dei popoli dell’Amazzonia con cui camminiamo ci chiama a una vera conversione integrale, con una vita semplice e sobria, il tutto alimentato da una spiritualità mistica nello stile di San Francesco d’Assisi, esempio di conversione integrale vissuta con letizia e gioia cristiana (cfr. LS 20-12). Una lettura orante della Parola di Dio ci aiuterà ad approfondire e a scoprire i gemiti dello Spirito e ci incoraggerà nel nostro impegno a prenderci cura della “casa comune”.

18. Come Chiesa di discepoli missionari, imploriamo la grazia di questa conversione che “comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda” (LS 217); una conversione personale e comunitaria che ci impegni a relazionarci armoniosamente con l’opera creatrice di Dio, che è la “casa comune”; una conversione che promuova la creazione di strutture in armonia con la cura del creato; una conversione pastorale basata sulla sinodalità, che riconosca l’interazione di tutto ciò che è creato. Conversione che ci porti ad essere una Chiesa in uscita che entri nel cuore di tutti i popoli amazzonici.

19. Così, l’unica conversione al Vangelo vivente, che è Gesù Cristo, potrà dispiegarsi in dimensioni interconnesse per motivare l’uscita verso le periferie esistenziali, sociali e geografiche dell’Amazzonia. Queste dimensioni sono: quella pastorale, quella culturale, quella ecologica e quella sinodale, che vengono sviluppate nei prossimi quattro capitoli.

CAPITOLO II

NUOVI CAMMINI DI CONVERSIONE PASTORALE

“Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel Regno di Dio” (Gv 3,5)

 

20. Una Chiesa missionaria in uscita richiede da noi una conversione pastorale. Per l’Amazzonia questo camminare suppone anche “navigare”, attraverso i nostri fiumi, i nostri laghi, tra la nostra gente. In Amazzonia l’acqua ci unisce, non ci separa. La nostra conversione pastorale sarà samaritana, in dialogo, accompagnando le persone con volti concreti di indigeni, contadini, afro-discendenti e migranti, giovani, abitanti delle città. Tutto questo supporrà una spiritualità di ascolto e di annuncio. Questo è il modo in cui cammineremo e navigheremo in questo capitolo.

La Chiesa in uscita missionaria

21. La Chiesa per sua natura è missionaria e ha la sua origine nell’‘amore fontale di Dio’ (cfr. AG 2). Il dinamismo missionario che scaturisce dall’amore di Dio si irradia, si espande, straripa e si diffonde in tutto l’universo. Siamo inseriti dal battesimo nella dinamica dell’amore attraverso l’incontro con Gesù che dà un nuovo orizzonte alla vita (cfr. DAp 12). Questo straripare spinge la Chiesa a una conversione pastorale e ci trasforma in comunità vive che lavorino in équipe e reti al servizio dell’evangelizzazione. La missione così intesa non è qualcosa di facoltativo, un’attività della Chiesa tra le altre, ma è la sua stessa natura. La Chiesa è missione! “L’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa” (EG 15). Essere un discepolo missionario è qualcosa in più di portare a compimento dei compiti o fare delle cose. Si situa nell’ordine dell’essere. “Gesù ha indicato a noi suoi discepoli che la nostra missione nel mondo non può essere statica, ma è itinerante. Il cristiano è un itinerante” (Francesco, Angelus, 30 giugno 2019).

a. Chiesa samaritana, misericordiosa, solidale

22. Vogliamo essere una Chiesa amazzonica samaritana, incarnata nel modo in cui il Figlio di Dio si è incarnato: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie” (Mt 8,17b). Colui che si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (cfr. 2 Cor 8,9), attraverso il suo Spirito, esorta i discepoli missionari di oggi a uscire incontro a tutti, specialmente ai popoli originari, ai poveri, agli esclusi dalla società e agli altri. Desideriamo anche una Chiesa maddalena, che si sente amata e riconciliata, che annuncia con gioia e convinzione Cristo crocifisso e risorto. Una Chiesa mariana che genera figli alla fede e li educa con affetto e pazienza, imparando anche dalle ricchezze dei popoli. Vogliamo essere una Chiesa serva, kerigmatica, educatrice e inculturata in mezzo ai popoli che serviamo. 

b. Chiesa in dialogo ecumenico, interreligioso e culturale

23. La realtà multietnica, multiculturale e multireligiosa dell’Amazzonia richiede un atteggiamento di dialogo aperto, riconoscendo anche la molteplicità degli interlocutori: i popoli indigeni, gli abitanti dei fiumi, i contadini e gli afro-discendenti, le altre Chiese cristiane e denominazioni religiose, le organizzazioni della società civile, i movimenti sociali popolari, lo Stato, insomma tutte le persone di buona volontà che cercano la difesa della vita, l’integrità del creato, la pace e il bene comune.

24. In Amazzonia, “le relazioni tra cattolici e pentecostali, carismatici ed evangelici non sono facili. L’improvvisa comparsa di nuove comunità, legate alla personalità di alcuni predicatori, contrasta fortemente con i principi e l’esperienza ecclesiologici delle Chiese storiche e può celare l’insidia di farsi trasportare dalle onde emozionali del momento o di racchiudere l’esperienza di fede in ambienti protetti e rassicuranti. Il fatto che non pochi fedeli cattolici siano attratti da queste comunità è motivo di attrito, ma può diventare, da parte nostra, motivo di esame personale e di rinnovamento pastorale” (Francesco, Udienza ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, 28 settembre 2018). Il dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale deve essere assunto come la via irrinunciabile dell’evangelizzazione in Amazzonia (cfr. DAp 227). L’Amazzonia è un’amalgama di credi, per lo più cristiani. Di fronte a questa realtà ci si aprono reali cammini di comunione: ” non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze, sollecitando ciascuno a quella conversione interiore che è il presupposto di ogni progresso sulla via dell’ecumenismo” (Benedetto XVI, “Missa pro Ecclesia”, Messaggio al termine della prima Concelebrazione Eucaristica con i Cardinali elettori nella Cappella Sistina, 20 aprile 2005). La centralità della Parola di Dio nella vita delle nostre comunità è un fattore di unione e di dialogo. Intorno alla Parola si possono realizzare tante azioni comuni: traduzioni della Bibbia nelle lingue locali, edizioni condivise, diffusione e distribuzione della Bibbia, incontri tra teologi e di teologi e teologhe cattolici e di diverse confessioni.

25. In Amazzonia, il dialogo interreligioso si svolge soprattutto con le religioni indigene e i culti afro-discendenti. Queste tradizioni meritano di essere conosciute, comprese nelle proprie espressioni e nel loro rapporto con la foresta e la madre terra. Insieme a loro, i cristiani, basandosi sulla loro fede nella Parola di Dio, si mettono in dialogo, condividendo la loro vita, le loro preoccupazioni, le loro lotte, le loro esperienze di Dio, per approfondire mutuamente la fede e agire insieme in difesa della “casa comune”. Per ottenere questo, è necessario che le Chiese amazzoniche sviluppino iniziative di incontro, studio e dialogo con i seguaci di queste religioni. Un dialogo sincero e rispettoso è il ponte verso la costruzione del ‘buon vivere’. Nello scambio di doni, lo Spirito conduce sempre più verso la verità e il bene (cfr. EG 250).

Chiesa missionaria che serve e accompagna i popoli amazzonici

26. Questo Sinodo vuole essere un forte richiamo a tutti i battezzati dell’Amazzonia a essere discepoli missionari. L’invio in missione è insito nel battesimo ed è rivolto a tutti i battezzati. Attraverso di esso tutti noi riceviamo la stessa dignità di figli e figlie di Dio, e nessuno può essere escluso dalla missione di Gesù ai suoi discepoli. “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). Per questo riteniamo necessario generare un maggiore impulso missionario tra le vocazioni autoctone; l’Amazzonia deve essere evangelizzata anche dagli amazzonici.

a. Chiesa dal volto indigeno, contadino e afrodiscendente

27. È urgente dare alla pastorale indigena il suo posto specifico nella Chiesa. Partiamo da realtà plurali e culture diverse per definire, elaborare e adottare azioni pastorali che ci permettano di sviluppare una proposta evangelizzatrice in mezzo alle comunità indigene, collocandoci nel quadro di una pastorale indigena e della terra. La pastorale dei popoli indigeni ha una sua specificità. Le colonizzazioni motivate dall’estrattivismo nel corso della storia, con le diverse correnti migratorie, l’hanno messa in una situazione di alta vulnerabilità. In questo contesto, come Chiesa, è ancora necessario creare o mantenere un’opzione preferenziale per i popoli indigeni, in virtù della quale sono da stabilire e consolidare gli organismi diocesani di pastorale indigena per mezzo di una rinnovata azione missionaria, che ascolti, dialoghi, sia incarnata e assicuri una presenza permanente. L’opzione preferenziale per i popoli indigeni, con le loro culture, identità e storie, esige da noi che aspiriamo a una Chiesa indigena con propri sacerdoti e ministri sempre uniti e in totale comunione con la Chiesa cattolica.

28. Riconoscendo l’importanza dell’attenzione che la Chiesa è chiamata a prestare in Amazzonia al fenomeno dell’urbanizzazione e ai problemi e alle prospettive ad esso connessi, è necessario un riferimento al mondo rurale nel suo insieme e alla pastorale rurale in particolare. Dal punto di vista pastorale, la Chiesa deve rispondere al fenomeno dello spopolamento delle campagne, con tutte le conseguenze che ne derivano (perdita di identità, laicismo imperante, sfruttamento del lavoro rurale, disgregazione familiare, ecc.).

b. Chiesa dal volto migrante

29. Il fenomeno migratorio, per la sua crescita e il suo volume, si è ormai trasformato in un’inedita sfida politica, sociale ed ecclesiale (cfr. DAp, 517, a). Di fronte a ciò, molte comunità ecclesiali hanno accolto i migranti con grande generosità, ricordando che “ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35). Lo spostamento forzato di famiglie indigene, contadine, afro-discendenti e appartenenti alle popolazioni che vivono lungo le rive dei fiumi, espulse dai loro territori a causa di pressioni ricevute o di esasperazione per la mancanza di opportunità, richiede una pastorale d’insieme nella periferia dei centri urbani. A tal fine, sarà necessario creare equipe missionarie che accompagnino queste famiglie, coordinando con le parrocchie e le altre istituzioni ecclesiali ed extraecclesiali le condizioni di accoglienza, offrendo liturgie inculturate e nelle lingue dei migranti, promuovendo spazi di scambio culturale, favorendo l’integrazione nella comunità e nella città e motivandole ad essere esse stesse protagoniste di questo lavoro.

c. Chiesa dal volto giovane

30. Tra i diversi volti della realtà panamazzonica spicca quello dei giovani presenti in tutto il territorio. Sono giovani con volti e identità indigene, afro-discendenti, abitanti dei fiumi, estrattivisti, migranti, rifugiati, e diversi altri. Giovani residenti in aree rurali e urbane, che sognano e cercano ogni giorno migliori condizioni di vita, con il profondo desiderio di avere una vita piena. Giovani studenti, lavoratori e con una forte presenza e partecipazione in vari spazi sociali ed ecclesiali. Tra i giovani amazzonici si presentano realtà tristi come la povertà, la violenza, la malattia, la prostituzione infantile, lo sfruttamento sessuale, il consumo e il traffico di droga, la gravidanza precoce, la disoccupazione, la depressione, la tratta di esseri umani, nuove forme di schiavitù, il traffico di organi, le difficoltà di accesso all’istruzione, la salute e l’assistenza sociale. Purtroppo, negli ultimi anni, si è registrato un significativo aumento dei suicidi tra i giovani, così come un aumento della popolazione carceraria minorile e dei crimini tra e contro i giovani, soprattutto afro-discendenti e abitanti nelle periferie. Vivono nel grande territorio amazzonico, ma hanno gli stessi sogni e desideri degli altri giovani di questo mondo: essere tenuti in considerazione, rispettati, avere opportunità di studio, di lavoro e di un futuro di speranza. Tuttavia stanno vivendo una profonda crisi di valori, o una transizione verso altri modi di concepire la realtà, nei quali gli elementi etici stanno cambiando, anche per i giovani indigeni. Il compito della Chiesa è quello di accompagnarli ad affrontare qualsiasi situazione che distrugga la loro identità o danneggi la loro autostima.

31. I giovani sono intensamente presenti anche nei contesti migratori del territorio. La realtà dei giovani nei centri urbani merita un’attenzione particolare. Sempre più città diventano ricettacoli di tutti i gruppi etnici, popoli e problemi dell’Amazzonia. L’Amazzonia rurale si sta spopolando; le città devono affrontare enormi problemi di delinquenza giovanile, mancanza di lavoro, lotte etniche e ingiustizie sociali. Qui, in particolare, la Chiesa è chiamata a essere una presenza profetica tra i giovani, offrendo loro un accompagnamento adeguato e un’educazione appropriata.

32. In comunione con la realtà giovanile amazzonica, la Chiesa proclama ai giovani la Buona Novella di Gesù, il discernimento e l’accompagnamento vocazionale, il luogo di valorizzazione della cultura e dell’identità locale, la leadership giovanile, la promozione dei diritti della gioventù, il rafforzamento di spazi creativi, innovativi e differenziati di evangelizzazione attraverso un rinnovato e audace ministero giovanile. Una pastorale sempre in divenire, incentrata su Gesù Cristo e sul suo progetto, dialogica e integrale, impegnata in tutte le realtà giovanili esistenti sul territorio. I giovani indigeni hanno un enorme potenziale e partecipano attivamente alle loro comunità e organizzazioni contribuendo come leader e animatori, in difesa dei diritti, soprattutto per quanto riguarda il territorio, la salute e l’istruzione. D’altro canto, sono le principali vittime dell’insicurezza sulle terre indigene e dell’assenza di politiche pubbliche specifiche e di qualità. La diffusione di alcol e droghe arriva spesso fino alle comunità indigene, danneggiando seriamente i giovani e impedendo loro di vivere liberamente per costruire i loro sogni e partecipare attivamente alla comunità.

33. Il protagonismo dei giovani appare chiaramente nel Documento finale della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dedicata ai giovani (cfr. nn. 160 e 46), nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Christus vivit (cfr. n. 170) e nell’Enciclica Laudato si’ (cfr. n. 209). I giovani vogliono essere protagonisti e la Chiesa amazzonica vuole riconoscere il loro spazio. Vuole essere compagna nell’ascolto, riconoscendo i giovani come luogo teologico, come ‘profeti di speranza’, impegnati nel dialogo, ecologicamente sensibili e attenti alla ‘casa comune’. Una Chiesa che accoglie i giovani e cammina con loro, soprattutto nelle periferie. Di fronte a ciò sorgono tre urgenze: promuovere nuove forme di evangelizzazione attraverso i social media (cfr. Francesco, Christus Vivit 86); aiutare i giovani indigeni a raggiungere una sana interculturalità; aiutarli ad affrontare la crisi valoriale che distrugge la loro autostima e fa perdere loro la propria identità.

d. Una Chiesa che percorre nuovi cammini nella pastorale urbana

34. La forte tendenza dell’umanità a concentrarsi nelle città, a migrare dalle più piccole alle più grandi, si registra anche in Amazzonia. La crescita accelerata delle metropoli amazzoniche è accompagnata dalla proliferazione di periferie urbane. Allo stesso tempo, si trasmettono stili di vita, forme di convivenza, linguaggi e valori plasmati dalle metropoli, i quali si impiantano sempre più sia nelle comunità indigene che nel resto del mondo rurale. La famiglia in città è un luogo di sintesi tra la cultura tradizionale e quella moderna. Nonostante ciò, le famiglie spesso soffrono per la povertà, alloggi precari, mancanza di lavoro, aumento del consumo di droghe e alcol, discriminazione e suicidio infantile. Inoltre, nella vita familiare si segnala una mancanza di dialogo tra le generazioni e si perdono le tradizioni e la lingua. Le famiglie devono inoltre affrontare nuovi problemi di salute, che richiedono un’adeguata educazione in fatto di maternità. I rapidi cambiamenti di oggi toccano la famiglia amazzonica. Troviamo così nuovi tipi di famiglia: famiglie monoparentali sotto la responsabilità delle donne, aumento delle famiglie separate, unioni libere e famiglie allargate, diminuzione dei matrimoni istituzionali. La città è un’esplosione di vita, perché “Dio vive nella città” (DAp 514). In essa esistono ansia e ricerca del senso della vita, conflitti, ma anche solidarietà, fraternità, desiderio di bontà, verità e giustizia (cfr. EG 71-75). Evangelizzare la città o la cultura urbana significa “raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno di salvezza” (EN 19).

35. È necessario difendere il diritto di tutte le persone alla città. Il diritto rivendicato alla città si definisce come il godimento equo delle città all’interno dei principi di sostenibilità, democrazia e giustizia sociale. Tuttavia, sarà anche necessario incidere nelle politiche pubbliche e promuovere iniziative che migliorino la qualità della vita nel mondo rurale, evitando così lo spostamento incontrollato delle persone.

36. Le comunità ecclesiali di base sono state e sono un dono di Dio alle Chiese locali dell’Amazzonia. Nononstante ciò, è necessario riconoscere che, con il passare del tempo, alcune comunità ecclesiali si sono appiattite, indebolite o sono addirittura scomparse. Ma la grande maggioranza rimane perseverante e costituisce il fondamento pastorale di molte parrocchie. Oggi i grandi pericoli delle comunità ecclesiali derivano principalmente dal secolarismo, dall’individualismo, dalla mancanza di una dimensione sociale e dall’assenza di attività missionaria. Pertanto, è necessario che i pastori incoraggino tutti e ciascuno dei fedeli al discepolato missionario. La comunità ecclesiale dovrà essere presente negli spazi di partecipazione alle politiche pubbliche dove si articolano azioni per rivitalizzare la cultura, la convivenza, il tempo libero e la celebrazione. Dobbiamo lottare affinché alle ‘favelas’ e alle ‘villas miseria’ siano garantiti i diritti fondamentali di base: acqua, energia, abitazione e promuovere una cittadinanza ecologica integrale. Occorre istituire il ministero dell’accoglienza nelle comunità urbane dell’Amazzonia per una solidarietà fraterna con i migranti, i rifugiati, i senzatetto e le persone che hanno lasciato le zone rurali.

37. La realtà degli indigeni nei centri urbani merita un’attenzione particolare, in quanto sono i più esposti agli enormi problemi della delinquenza giovanile, della mancanza di lavoro, delle lotte etniche e delle ingiustizie sociali. Si tratta di una delle maggiori sfide di oggi: sempre più città sono il punto di approdo di tutti i gruppi etnici e dei popoli dell’Amazzonia. Sarà necessario articolare una pastorale indigena della città che si occupi di questa realtà specifica.

e. Una spiritualità dell’ascolto e dell’annuncio

38. L’azione pastorale si alimenta di una spiritualità basata sull’ascolto della parola di Dio e del grido del suo popolo, per poter poi annunciare la Buona Novella con spirito profetico. Riconosciamo che la Chiesa che ascolta il gemito dello Spirito nel grido dell’Amazzonia può far proprie le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti, ma soprattutto dei più poveri (cfr. GS 1), che sono figli e figlie prediletti di Dio. Abbiamo scoperto che le abbondanti acque dello Spirito, che assomigliano a quelle del Rio delle Amazzoni, che periodicamente straripano, ci conducono a quella vita traboccante che Dio ci offre per condividerla nell’annuncio.

Nuovi cammini per la conversione pastorale

39. Le équipe missionarie itineranti in Amazzonia vanno tessendo e costruendo comunità lungo il cammino e contribuiscono a rafforzare la sinodalità ecclesiale. Possono aggregare vari carismi, istituzioni e congregazioni, laici e laiche, religiosi e religiose, sacerdoti. Aggregare per arrivare insieme dove non si può da soli. Le visite dei missionari, che partono dalla loro residenza e trascorrono del tempo visitando le singole comunità e celebrando i sacramenti, danno origine a quella che viene chiamata la ‘pastorale della visita’. Si tratta di un tipo di metodo pastorale che risponde alle condizioni e alle possibilità attuali delle nostre Chiese. Grazie a questi metodi e all’azione dello Spirito Santo, queste comunità hanno sviluppato anche una ricca ministerialità che è motivo di ringraziamento.

40. Proponiamo una rete itinerante che raduni i vari sforzi delle équipe che accompagnano e vivacizzano l’esistenza e la fede delle comunità amazzoniche. I cammini di incisività politica per la trasformazione della realtà devono essere il frutto del discernimento comune di pastori e laici. Al fine di passare da visite pastorali a una presenza più permanente, le congregazioni e/o province di religiosi/e del mondo, che non sono ancora coinvolti nelle missioni, sono invitati a stabilire almeno un avamposto missionario in uno qualsiasi dei Paesi amazzonici.

 

CAPITOLO III

NUOVI CAMMINI DI CONVERSIONE CULTURALE

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14)

41. L’America Latina possiede un’immensa biodiversità e una grande diversità culturale. Al suo interno, l’Amazzonia è terra di foreste e acqua, di terreni brulli e zone umide, di savane e catene montuose, ma soprattutto terra di innumerevoli popoli, molti dei quali millenari, abitanti ancestrali del territorio, popoli dai profumi antichi che continuano ad assicurare il loro aroma al Continente contro ogni forma di disperazione. La nostra conversione deve essere anche culturale, andando incontro all’altro, per imparare dall’altro. Essere presenti, rispettare e riconoscere i suoi valori, vivere e praticare l’inculturazione e l’interculturalità nel nostro annuncio della Buona Notizia. Esprimere e vivere la fede in Amazzonia è una sfida sempre in divenire. Essa si incarna non solo nel lavoro pastorale ma anche in azioni concrete con e per l’altro, nell’attenzione alla salute, nell’educazione, nella solidarietà e nel sostegno ai più vulnerabili. Vorremmo condividere tutto ciò in questa sezione.

Il volto della Chiesa nei popoli amazzonici

42. Nei territori dell’Amazzonia c’è una realtà pluriculturale che esige di avere uno sguardo che includa tutti e di utilizzare espressioni che permettano di identificare e collegare tutti i gruppi, nonché di rispecchiare identità che vengano riconosciute, rispettate e promosse tanto nella Chiesa quanto nella società, che deve trovare nei popoli amazzonici un valido interlocutore per il dialogo e l’incontro. Puebla parla dei volti che abitano l’America Latina e nota che, nei popoli originari, c’è una mescolanza che è cresciuta e continua a crescere con l’incontro e il non incontro tra le diverse culture che fanno parte del Continente. Questo volto, anche della Chiesa in Amazzonia, è un volto che si incarna nel suo territorio, che evangelizza e spiana la strada affinché i popoli si sentano accompagnati in diversi processi di vita evangelica. È presente inoltre un rinnovato senso missionario da parte degli abitanti di questi stessi popoli, i quali portano avanti la missione profetica e samaritana della Chiesa, che deve essere rafforzata dall’apertura al dialogo con altre culture. Solo una Chiesa missionaria inserita e inculturata porterà alla nascita di Chiese particolari autoctone, dal volto e dal cuore amazzonici, radicate nelle culture e nelle tradizioni proprie dei popoli, unite nella stessa fede in Cristo e diverse nel loro modo di viverla, esprimerla e celebrarla.

a. I valori culturali dei popoli amazzonici

43. Nella gente dell’Amazzonia troviamo insegnamenti di vita. I popoli originari e quelli che sono arrivati più tardi e hanno forgiato la loro identità nella convivenza, sono portatori di valori culturali in cui scopriamo i semi del Verbo. Nella selva, non solo la vegetazione è intrecciata in quanto le specie si sostengono l’una con l’altra, ma anche i popoli si relazionano tra loro in una rete di alleanze che porta vantaggi a tutti. La selva vive di interrelazioni e interdipendenze e questo accade in tutti gli ambiti della vita. Grazie a questo, il fragile equilibrio dell’Amazzonia si è mantenuto per secoli.

44. Il pensiero dei popoli indigeni offre una visione integratrice della realtà, capace di comprendere le molteplici connessioni esistenti tra tutto il creato. Ciò contrasta con la corrente dominante del pensiero occidentale che tende a frammentare per comprendere la realtà, ma poi non riesce ad articolare nuovamente l’insieme delle relazioni tra i vari campi del sapere. La gestione tradizionale di ciò che la natura offre loro è stata fatta nel modo che oggi chiamiamo ‘gestione sostenibile’. Troviamo anche altri valori nei popoli originari quali la reciprocità, la solidarietà, il senso di comunità, l’uguaglianza, la famiglia, la loro organizzazione sociale e il senso del servizio.

b. Chiesa presente e alleata dei popoli nei loro territori

45. L’avidità per la terra è alla radice dei conflitti che portano all’etnocidio, così come all’assassinio e alla criminalizzazione dei movimenti sociali e dei loro leader. La demarcazione e la protezione del territorio è un obbligo degli Stati nazionali e dei loro rispettivi governi. Tuttavia, buona parte dei territori indigeni non sono protetti e quelli già delimitati stanno conoscendo un’invasione dovuta a fronti estrattivi come l’estrazione mineraria e forestale, ai grandi progetti infrastrutturali, a colture illecite e ai latifondi che promuovono la monocoltura e l’allevamento estensivo del bestiame.

46. In questo modo, la Chiesa si impegna a essere alleata dei popoli amazzonici per denunciare gli attentati contro la vita delle comunità indigene, i progetti che incidono sull’ambiente, la mancanza di demarcazione dei loro territori, nonché il modello economico di sviluppo predatorio ed ecocida. La presenza della Chiesa tra le comunità indigene e tradizionali ha bisogno di questa consapevolezza: la difesa della terra non ha altro scopo che la difesa della vita.

47. La vita dei popoli indigeni, meticci, che abitano lungo le rive dei fiumi, contadini, ‘quilombolas’ e/o afro-discendenti e delle comunità tradizionali è minacciata dalla distruzione, dallo sfruttamento ambientale e dalla sistematica violazione dei loro diritti territoriali. È necessario difendere i diritti all’autodeterminazione, alla demarcazione dei territori e alla consultazione preventiva, libera e informata. Questi popoli hanno “condizioni sociali, culturali ed economiche che li distinguono da altri settori della comunità nazionale e che sono governati in tutto o in parte dai propri costumi o tradizioni o da una legislazione speciale” (Organizzazione Internazionale del Lavoro, Convenzione sui diritti dei popoli indigeni e tribali, 1989 (169), art. 1, 1a). Per la Chiesa, la difesa della vita, della comunità, della terra e dei diritti dei popoli indigeni è un principio evangelico, in difesa della dignità umana: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10b).

48. La Chiesa promuove la salvezza integrale della persona umana, riconoscendo il valore della cultura dei popoli indigeni, parlando dei loro bisogni vitali, accompagnando i movimenti nelle loro lotte per i propri diritti. Il nostro servizio pastorale costituisce un servizio per la vita piena dei popoli indigeni, che ci spinge ad annunciare la Buona Novella del Regno di Dio e a denunciare le situazioni di peccato, le strutture di morte, la violenza e l’ingiustizia, promuovendo il dialogo interculturale, interreligioso ed ecumenico (cfr. DAp 95).

49. Un capitolo specifico richiedono i Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o Popoli Indigeni in Isolamento e Contatto iniziale (PIACI). In Amazzonia ci sono circa 130 popoli o porzioni di popoli che non mantengono contatti sistematici o permanenti con la società circostante. Gli abusi e le violazioni sistematiche del passato hanno provocato la loro migrazione verso luoghi più inaccessibili, cercando protezione, tentando di preservare la loro autonomia e scegliendo di limitare o evitare i loro rapporti con terzi. Oggi continuano a vedere le loro vite minacciate dall’invasione dei loro territori da fronti diversi e a causa dei loro numeri ridotti, e si trovano esposti alla pulizia etnica e alla scomparsa. Nel suo incontro del gennaio 2018 con i popoli indigeni a Puerto Maldonado, Papa Francesco ci ricorda: “sono i più vulnerabili tra i vulnerabili (…) Continuate a difendere questi fratelli più vulnerabili. La loro presenza ci ricorda che non possiamo disporre dei beni comuni al ritmo dell’avidità e del consumo”. (Fr.PM). Un’opzione per la difesa dei PIAV/PIACI non esonera le Chiese locali dalla responsabilità pastorale nei loro confronti.

50. Questa responsabilità deve manifestarsi in azioni specifiche per la difesa dei loro diritti, concretizzarsi in azioni incisive affinché gli Stati assumano la difesa dei loro diritti attraverso la garanzia legale e inviolabile dei territori che tradizionalmente occupano, anche adottando misure precauzionali in quelle regioni dove ci sono solo segni della loro presenza ma essa non è ufficialmente confermata, e stabilendo meccanismi di cooperazione bilaterale tra gli Stati, quando questi gruppi occupano spazi transfrontalieri. Il rispetto per la loro autodeterminazione e per la loro libera scelta sul tipo di relazione che desiderano stabilire con altri gruppi deve essere garantito in ogni momento. Ciò richiederà che tutto il popolo di Dio, e specialmente le popolazioni vicine ai territori dei PIAV/PIACI, sia sensibilizzato al rispetto per questi popoli e all’importanza dell’inviolabilità dei loro territori. Come ha detto San Giovanni Paolo II a Cuiabá, nel 1991 “La Chiesa, cari fratelli indios, è stata e continuerà a stare sempre accanto a voi, per difendere la vostra dignità di esseri umani, per difendere il vostro diritto ad avere una vita adeguata e tranquilla, nel rispetto dei valori positivi delle vostre tradizioni, costumi e culture” (San Giovanni Paolo II, Discorso durante l’incontro con i rappresentanti delle popolazioni indigene del Brasile, in L’Osservatore Romano di venerdì 18 ottobre 1991, p. 5).

Cammini per una Chiesa inculturata

51. Cristo con l’incarnazione non ha ritenuto un privilegio quello di essere come Dio e si è fatto uomo in una cultura concreta per identificarsi con tutta l’umanità. L’inculturazione è l’incarnazione del Vangelo nelle culture autoctone (“ciò che non si assume non è redento”, Sant’Ireneo, cfr. DP 400) e allo stesso tempo l’introduzione di queste culture nella vita della Chiesa. In questo processo i popoli sono protagonisti e accompagnati dai loro agenti pastorali e dai loro pastori.

a. Il vissuto della fede espresso nella pietà popolare e nella catechesi inculturata

52.  La pietà popolare è un mezzo importante che collega molti popoli dell’Amazzonia con il loro vissuto spirituale, le loro radici culturali e la loro integrazione comunitaria. Sono manifestazioni con cui il popolo esprime la propria fede, attraverso immagini, simboli, tradizioni, riti e altri sacramentali. I pellegrinaggi, le processioni e le feste patronali devono essere apprezzati, accompagnati, promossi e talvolta purificati, poiché sono momenti privilegiati di evangelizzazione che devono condurre all’incontro con Cristo. Le devozioni mariane sono profondamente radicate in Amazzonia e in tutta l’America Latina.

53. Caratteristica è la non-clericalizzazione delle fraternità, delle confraternite e dei gruppi legati alla pietà popolare. I laici assumono un protagonismo difficilmente realizzabile in altri ambiti ecclesiali, con la partecipazione di fratelli e sorelle che svolgono servizi e dirigono preghiere, benedizioni, canti sacri tradizionali, animano novene, organizzano processioni, promuovono feste patronali, ecc. È necessario “proporre una catechesi appropriata che accompagni la fede già presente nella religiosità popolare. Un modo concreto potrebbe essere quello di offrire un processo di iniziazione cristiana” (DAp 300), che ci porta a somigliare sempre più a Gesù Cristo, suscitando la progressiva assunzione dei suoi atteggiamenti (cf. idem).

b. Il mistero della fede pensato in una teologia inculturata

54. La teologia india, la teologia dal volto amazzonico e la pietà popolare sono già ricchezze del mondo indigeno, della sua cultura e della sua spiritualità. Quando il missionario e l’agente pastorale porta la parola del Vangelo di Gesù, si identifica con la cultura e così avviene l’incontro da cui nasce la testimonianza, il servizio, l’annuncio e l’apprendimento delle lingue. Il mondo indigeno con i suoi miti, la sua narrativa, i suoi riti, i suoi canti, la sua danza e le sue espressioni spirituali arricchisce l’incontro interculturale. Già Puebla riconosce che “le culture non sono un terreno vuoto, carente di valori autentici. L’evangelizzazione della Chiesa non è un processo di distruzione, ma di consolidamento e rafforzamento di questi valori; un contributo alla crescita dei ‘germi del Verbo’ presenti nelle culture” (DP 401, cfr. GS 57).

Cammini per una Chiesa interculturale

a. Il rispetto delle culture e dei diritti dei popoli

55. Siamo tutti invitati ad avvicinarci ai popoli amazzonici su un piano di parità, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile di ‘buon vivere’ (Francesco, Discorso all’apertura dei lavori dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, 7 ottobre 2019). Il colonialismo è l’imposizione di certi modi di vita di alcuni popoli su altri, siano a livello economico, culturale o religioso. Rifiutiamo un’evangelizzazione in stile colonialista. Annunciare la Buona Novella di Gesù implica riconoscere i germi del Verbo già presenti nelle culture. L’evangelizzazione che oggi proponiamo per l’Amazzonia è l’annuncio inculturato che genera processi di interculturalità, processi che promuovono la vita della Chiesa con un’identità e un volto amazzonico.

b. La promozione del dialogo interculturale in un mondo globale

56. Nel compito evangelizzatore della Chiesa, che non va confuso con il proselitismo, dobbiamo includere chiari processi di inculturazione dei nostri metodi e schemi missionari. Nello specifico, si propone che i centri di ricerca e quelli pastorali della Chiesa, in collaborazione con le popolazioni indigene, studino, raccolgano e sistematizzino le tradizioni dei gruppi etnici amazzonici per favorire un’opera educativa che parta dalla loro identità e cultura, contribuisca alla promozione e alla difesa dei loro diritti, ne conservi e diffonda il loro valore nel panorama culturale latinoamericano.

57. Le azioni educative vengono oggi interpellate dalla necessità di inculturazione. Sono sfidate a cercare metodologie e contenuti adeguati ai popoli in cui si vuole esercitare il ministero dell’insegnamento. Per questo è importante la conoscenza delle loro lingue, delle loro credenze e aspirazioni, dei loro bisogni e delle loro speranze, nonché la costruzione collettiva di processi educativi che abbiano, sia nella forma che nel contenuto, l’identità culturale delle comunità amazzoniche, insistendo sulla formazione di un’ecologia integrale come asse trasversale.

c. Le sfide per la salute, l’educazione e la comunicazione

58. La Chiesa si assume come compito importante quello di promuovere l’educazione sanitaria preventiva e di offrire assistenza sanitaria in luoghi dove l’intervento statale non arriva. Si richiede di favorire iniziative di integrazione a beneficio della salute degli amazzonici. È inoltre importante promuovere la condivisione sociale delle conoscenze ancestrali nel campo della medicina tradizionale specifica di ogni cultura.

59. Tra le complessità del territorio amazzonico, segnaliamo la fragilità dell’educazione, soprattutto tra i popoli indigeni. Sebbene l’educazione sia un diritto umano, la qualità educativa è carente e gli abbandoni scolastici sono molto frequenti, soprattutto tra le bambine. L’educazione evangelizza, promuove la trasformazione sociale, rafforzando le persone per mezzo di un sano senso critico. “Una buona educazione scolastica nell’infanzia e nell’adolescenza pone semi che possono produrre effetti lungo tutta la vita” (LS 213). È nostro compito promuovere un’educazione alla solidarietà che nasca dalla consapevolezza di un’origine comune e di un futuro condiviso da tutti (cfr. LS 202). È necessario esigere dai governi l’implementazione di un’educazione pubblica, interculturale e bilingue.

60. Il mondo, sempre più globalizzato e complesso, ha sviluppato una rete informativa senza precedenti. Tuttavia, un tale flusso di informazioni rapide non porta a una migliore comunicazione o collegamento tra i popoli. In Amazzonia vogliamo promuovere una cultura comunicativa che favorisca il dialogo, la cultura dell’incontro e la cura della “casa comune”. Motivati da un’ecologia integrale, desideriamo potenziare gli spazi di comunicazione già esistenti nella regione, al fine di promuovere con urgenza una conversione ecologica integrale. Per questo, è necessario collaborare per la formazione di agenti di comunicazione autoctoni, soprattutto indigeni. Costoro non sono solo interlocutori privilegiati per l’evangelizzazione e la promozione umana sul territorio, ma ci aiutano anche a diffondere la cultura del “buon vivere” e della cura del creato.

61. Per sviluppare i vari collegamenti con l’intera Amazzonia e migliorare la sua comunicazione, la Chiesa vuole creare una rete di comunicazione ecclesiale panamazzonica, che comprende i vari mezzi utilizzati dalle Chiese particolari e da altri organismi ecclesiali. Il suo contributo può avere risonanze ed aiutare nella conversione ecologica della Chiesa e del pianeta. La REPAM può collaborare nella consulenza e nel supporto ai processi di formazione, nel monitoraggio e nel rafforzamento della comunicazione nella regione panamazzonica.

Nuovi cammini per la conversione culturale

62. In questo senso, proponiamo la creazione di una rete scolastica di educazione bilingue per l’Amazzonia (simile a Fe y Alegría), che articoli proposte educative che rispondano ai bisogni delle comunità, rispettando, valorizzando e integrando al loro interno l’identità culturale e quella linguistica.

63. Vogliamo sostenere, appoggiare e favorire le esperienze educative di educazione interculturale bilingue che già esistono nelle giurisdizioni ecclesiastiche dell’Amazzonia e coinvolgere le università cattoliche affinché lavorino e si impegnino in rete.

64. Cercheremo nuove forme di educazione convenzionale e non convenzionale, come l’educazione a distanza, secondo le esigenze dei luoghi, dei tempi e delle persone.

 

CAPITOLO IV

NUOVI CAMMINI DI CONVERSIONE ECOLOGICA  

“Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10)

65. Il nostro pianeta è un dono di Dio, ma sappiamo anche che stiamo vivendo l’urgenza di agire di fronte a una crisi socio-ambientale senza precedenti. Abbiamo bisogno di una conversione ecologica per rispondere adeguatamente. Quindi, come Chiesa amazzonica, di fronte all’aggressione sempre maggiore contro il nostro bioma, minacciato di scomparire con conseguenze tremende per il nostro pianeta, ci mettiamo in cammino ispirati dalla proposta dell’ecologia integrale. Riconosciamo le ferite causate dall’essere umano nel nostro territorio, vogliamo imparare dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle dei popoli originari, in un dialogo di saperi, la sfida di dare risposte nuove cercando modelli di sviluppo giusto e solidale. Vogliamo prenderci cura della nostra “casa comune” in Amazzonia e proponiamo nuovi cammini per farlo.

Verso un’ecologia integrale a partire dall’enciclica Laudato si’

a. Minacce contro il bioma amazzonico e i suoi popoli

66. Dio ci ha dato la terra come dono e come compito, per prenderci cura di essa e risponderne; noi non siamo i suoi padroni. L’ecologia integrale ha il suo fondamento nel fatto che “tutto (…) è intimamente connesso” (LS 16). Per questo motivo l’ecologia e la giustizia sociale sono intrinsecamente unite (cfr. LS 137). Con l’ecologia integrale emerge un nuovo paradigma di giustizia, poiché “un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (LS 49). L’ecologia integrale collega così l’esercizio della cura della natura con quello della giustizia per i più impoveriti e svantaggiati della terra, che sono l’opzione preferita da Dio nella storia rivelata.

67. È urgente affrontare lo sfruttamento illimitato della “casa comune” e dei suoi abitanti. Una delle principali cause di distruzione in Amazzonia è l’estrattivismo predatorio che risponde alla logica dell’avidità, tipica del paradigma tecnocratico dominante (cfr. LS 101). Di fronte alla pressante situazione del pianeta e dell’Amazzonia, l’ecologia integrale non è una via in più che la Chiesa può scegliere di fronte al futuro in questo territorio, è piuttosto l’unica via possibile, perché non c’è nessun’altro cammino praticabile per salvare la regione. La depredazione del territorio è accompagnata dallo spargimento di sangue innocente e dalla criminalizzazione dei difensori dell’Amazzonia.

68. La Chiesa fa parte di una solidarietà internazionale che deve favorire e riconoscere il ruolo centrale del bioma amazzonico per l’equilibrio del clima del pianeta; incoraggia la comunità internazionale a fornire nuove risorse economiche per la sua tutela e per la promozione di un modello di sviluppo giusto e solidale, con il protagonismo e la partecipazione diretta delle comunità locali e dei popoli originari in tutte le fasi, dalla progettazione all’implementazione, rafforzando anche gli strumenti già sviluppati dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, Rio de Janeiro, 1992.

69. È scandaloso che i leader e persino le comunità siano criminalizzati solo per aver rivendicato i loro propri diritti. In tutti i Paesi amazzonici esistono leggi che riconoscono i diritti umani, specialmente quelli dei popoli indigeni. Negli ultimi anni, la regione amazzonica ha subito complesse trasformazioni, in cui i diritti umani delle comunità sono stati colpiti da norme, politiche pubbliche e pratiche incentrate principalmente sull’espansione delle frontiere estrattive delle risorse naturali e sullo sviluppo di megaprogetti infrastrutturali, che esercitano pressioni sui territori ancestrali indigeni. Questo è accompagnato, secondo lo stesso rapporto, da una grave situazione di impunità nella regione in riferimento alle violazioni dei diritti umani e delle barriere per ottenere giustizia (cfr. Rapporto della Commissione Interamericana dei Diritti Umani [CIDH-OSA], Situazione dei Diritti Umani dei popoli indigeni e tribali della Panamazzonia, 29 settembre 2019, nn. 5 e 188).

70. Per i cristiani, l’interesse e la preoccupazione per la promozione e il rispetto dei diritti umani, sia individuali che collettivi, non è facoltativo. L’essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio Creatore e la sua dignità è inviolabile. Ecco perché la difesa e la promozione dei diritti umani non è solo un dovere politico o un compito sociale, ma anche e soprattutto un’esigenza di fede. Potremmo forse non essere in grado di modificare immediatamente il modello di sviluppo distruttivo ed estrattivista imperante, ma abbiamo bisogno di sapere e di mettere in chiaro quanto segue: dove ci collochiamo?, da che parte stiamo?, quale prospettiva assumiamo?, come trasmettiamo la dimensione politica ed etica della nostra parola di fede e di vita? Per questo motivo: a) denunciamo la violazione dei diritti umani e la distruzione estrattiva; b) assumiamo e sosteniamo le campagne di disinvestimento delle compagnie estrattive legate ai danni socio-ecologici dell’Amazzonia, a partire dalle stesse istituzioni ecclesiali e anche in alleanza con altre Chiese; c) chiediamo una transizione energetica radicale e la ricerca di alternative: “La civiltà richiede energia, ma l’uso dell’energia non deve distruggere la civiltà!” (Francesco, Discorso ai partecipanti al Convegno “Transizione energetica e cura della casa comune”, 9 giugno 2018). Proponiamo di sviluppare programmi di abilitazione alla cura della ‘casa comune’, che devono essere progettati da operatori pastorali e altri fedeli, aperti a tutta la comunità, in “uno sforzo di formazione delle coscienze” (LS 214).

b. La sfida dei nuovi modelli di sviluppo equo, solidale e sostenibile

71. Constatiamo che l’intervento umano ha perso il suo carattere “amichevole”, per assumere un atteggiamento vorace e predatorio che tende a spremere la realtà fino all’esaurimento di tutte le risorse naturali disponibili. “Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica” (LS 109). Per contrastare questo fenomeno, che danneggia gravemente la vita, è necessario cercare modelli economici alternativi, più sostenibili, più amichevoli nei riguardi della natura, con un solido sostegno spirituale. Per questo motivo, insieme ai popoli amazzonici, chiediamo che gli Stati smettano di considerare l’Amazzonia come una dispensa inesauribile (cfr. Fr.PM). Vorremmo che sviluppino politiche di investimento che abbiano, come condizione per ogni intervento, il rispetto di elevati standard sociali ed ambientali e il principio fondamentale della preservazione dell’Amazzonia. Per questo è necessario che contino sulla partecipazione di Popoli Indigeni organizzati, di altre comunità amazzoniche e delle diverse istituzioni scientifiche che stanno già proponendo modelli di sfruttamento della foresta intatta. Il nuovo paradigma dello sviluppo sostenibile deve essere socialmente inclusivo, combinando conoscenze scientifiche e tradizionali per rafforzare le comunità tradizionali e indigene, in maggioranza donne, e far sì che queste tecnologie siano al servizio del benessere e della protezione delle foreste.

72. Si tratta quindi di discutere il valore reale che qualsiasi attività economica o estrattiva possiede, cioè il valore che essa apporta e restituisce alla terra e alla società, considerando la ricchezza che ne estrae e le sue conseguenze socio-ecologiche. Molte attività estrattive, come le grandi miniere, in particolare quelle illegali, riducono sostanzialmente il valore della vita amazzonica. Infatti, sradicano la vita dei popoli e i beni comuni della terra, concentrando il potere economico e politico nelle mani di pochi. Peggio ancora, molti di questi progetti distruttivi sono realizzati in nome del progresso e sono sostenuti – o consentiti – da governi locali, nazionali e stranieri.

73. Insieme ai popoli amazzonici (cfr. LS 183) e al loro orizzonte del ‘buon vivere’, chiediamo una conversione ecologica individuale e comunitaria che salvaguardi un’ecologia integrale e un modello di sviluppo in cui i criteri commerciali non siano al di sopra di quelli ambientali e dei diritti umani. Vogliamo sostenere una cultura di pace e rispetto – non di violenza e violazione – e un’economia incentrata sulla persona che si prenda cura anche della natura. Pertanto, proponiamo di elaborare alternative di sviluppo ecologico integrale a partire dalle cosmovisioni che siano costruite con le comunità, salvaguardando la saggezza ancestrale. Sosteniamo progetti che propongono un’economia solidale e sostenibile, circolare ed ecologica, sia a livello locale che internazionale, a livello di ricerca e nel campo d’azione, nei settori formali e informali. In questo senso, sarebbe utile sostenere e promuovere esperienze di cooperative di bioproduzione, riserve forestali e consumo sostenibile. Il futuro dell’Amazzonia è nelle mani di tutti noi, ma dipende principalmente dal fatto che abbandoniamo immediatamente il modello attuale che distrugge la foresta, non porta benessere e mette in pericolo questo immenso tesoro naturale e i suoi custodi.

Chiesa che si prende cura della ‘casa comune’ in Amazzonia

a. La dimensione socio-ambientale dell’evangelizzazione

74. Spetta a tutti noi di essere custodi dell’opera di Dio. I protagonisti della cura, protezione e difesa dei diritti dei popoli e dei diritti della natura in questa regione sono le stesse comunità amazzoniche. Sono essi stessi gli attori del proprio destino, della propria missione. In questo scenario, il ruolo della Chiesa è quello di alleata. Essi hanno espresso chiaramente che vogliono che la Chiesa li accompagni, che cammini con loro e non imponga loro un modo di essere particolare, un modo specifico di sviluppo che ha poco a che fare con le loro culture, tradizioni e spiritualità. Essi sanno come prendersi cura dell’Amazzonia, come amarla e proteggerla; ciò di cui hanno bisogno è che la Chiesa li sostenga.

75. La funzione della Chiesa è quella di rafforzare questa capacità di sostegno e partecipazione. In questo modo promuoviamo una formazione che tiene conto della qualità etica e spirituale della vita delle persone a partire da una visione integrale. La Chiesa deve innanzitutto prestare la massima attenzione alle comunità colpite da danni socio-ambientali. Continuando con la tradizione ecclesiale latinoamericana, dove figure come San Giuseppe de Anchieta, Bartolomeo de las Casas, i martiri paraguaiani, morti a Rio Grande del Sud (Brasile) San Rocco González, San Alfonso Rodríguez e San Juan del Castillo, tra gli altri, ci hanno insegnato che la difesa dei popoli originari di questo Continente è intrinsecamente legata alla fede in Gesù Cristo e alla sua Buona Novella. Oggi dobbiamo formare agenti pastorali e ministri ordinati con una sensibilità socio-ambientale. Vogliamo una Chiesa che prenda il largo e muova i suoi passi in favore dell’Amazzonia, promuovendo uno stile di vita in armonia con il territorio, e allo stesso tempo con il ‘buon vivere’ di chi ci abita.

76. La Chiesa riconosce la saggezza dei popoli amazzonici circa la biodiversità, una saggezza tradizionale che è un processo vivo e sempre in azione. Il furto di queste conoscenze è la biopirateria, una forma di violenza contro queste popolazioni. La Chiesa deve contribuire a preservare e mantenere queste conoscenze, come anche le innovazioni e le pratiche delle popolazioni, rispettando la sovranità dei Paesi e le loro leggi che regolano l’accesso alle risorse genetiche e ai saperi tradizionali associati. Per quanto possibile, essa dovrebbe aiutare queste popolazioni a garantire che i benefici derivanti dall’utilizzo di queste conoscenze, innovazioni e pratiche siano condivisi in un modello di sviluppo sostenibile e inclusivo.

77. Vi è l’urgente necessità di sviluppare politiche energetiche che riducano drasticamente le emissioni di anidride carbonica (CO2) e di altri gas legati al cambiamento climatico. Le nuove energie pulite contribuiranno a promuovere la salute. Tutte le imprese devono istituire sistemi di monitoraggio della catena di approvvigionamento per garantire che la produzione che acquistano, creano o vendono sia prodotta in modo socialmente e ambientalmente sostenibile. Inoltre, “l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani”. (LS 30). Questo diritto è riconosciuto dalle Nazioni Unite (2010). Dobbiamo lavorare insieme affinché il diritto fondamentale di accesso all’acqua pulita sia rispettato nel territorio.

78. La Chiesa opta per la difesa della vita, della terra e delle culture originarie amazzoniche. Ciò comporterebbe l’accompagnamento dei popoli amazzonici nella registrazione, sistematizzazione e diffusione di dati e informazioni sui loro territori e sul loro status giuridico. Vogliamo dare priorità all’incidenza e all’accompagnamento al fine di raggiungere la demarcazione dei territori, in particolare di quelli dei PIACI o PIAV. Incoraggiamo gli Stati a rispettare i loro obblighi costituzionali su tali questioni, compreso il diritto di accesso all’acqua.

79. La Dottrina sociale della Chiesa, che da tempo si occupa della questione ecologica, si arricchisce oggi di una migliore visione d’insieme che comprende il rapporto tra i popoli amazzonici e i loro territori, sempre in dialogo con le loro conoscenze e e la loro sapienza ancestrale. Per esempio, riconoscendo come riferimento indispensabile per la nostra conversione a un’ecologia integrale il modo in cui i popoli indigeni si relazionano con i loro territori e li proteggono. In questa luce vogliamo creare ministeri per la cura della ‘casa comune’ in Amazzonia, la cui funzione sia quella di prendersi cura del territorio e delle acque insieme alle comunità indigene, e un ministero per l’accoglienza di coloro che sono sfollati dai loro territori verso le città.

b. Chiesa povera, con e per i poveri a partire dalle periferie vulnerabili

80. Riaffermiamo il nostro impegno a difendere la vita nella sua interezza dal suo concepimento al suo tramonto e la dignità di tutte le persone. La Chiesa è stata ed è al fianco delle comunità indigene per salvaguardare il diritto a una vita propria e tranquilla, rispettando i valori delle loro tradizioni, costumi e culture, la preservazione dei fiumi e delle foreste, che sono spazi sacri, fonte di vita e di saggezza. Sosteniamo gli sforzi di tanti che difendono coraggiosamente la vita in tutte le sue forme e fasi. Il nostro servizio pastorale costituisce un servizio alla vita piena dei popoli indigeni che ci obbliga ad annunciare Gesù Cristo e la Buona Novella del Regno di Dio, a contenere le situazioni di peccato, le strutture di morte, la violenza e le ingiustizie interne ed esterne e a promuovere il dialogo interculturale, interreligioso ed ecumenico.

Nuovi cammini per la promozione ecologica integrale

a. Richiesta profetica e messaggio di speranza a tutta la Chiesa e a tutto il mondo

81. La difesa della vita dell’Amazzonia e dei suoi popoli richiede una profonda conversione personale, sociale e strutturale. La Chiesa è inclusa in questa chiamata a disimparare, imparare e reimparare per superare così ogni tendenza ad assumere modelli colonizzatori che hanno causato danni in passato. In questo senso è importante che siamo consapevoli della forza del neocolonialismo, che è presente nelle nostre decisioni quotidiane, e del modello di sviluppo predominante, che si esprime nel modello crescente della monocoltura agricola, dei nostri mezzi di trasporto e dell’immaginario di benessere derivante dal consumo che viviamo nella società e che ha implicazioni dirette e indirette in Amazzonia. Di fronte a questo, a partire da un orizzonte globale, ed anche ascoltando le voci delle Chiese sorelle, vogliamo abbracciare una spiritualità di ecologia integrale, per promuovere la cura del creato. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo essere una comunità di discepoli missionari molto più partecipativa e inclusiva.

82. Proponiamo di definire il peccato ecologico come un’azione o un’omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le generazioni future e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, in trasgressioni contro i principi di interdipendenza e nella rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 340-344) e in azioni contro la virtù della giustizia. Proponiamo, inoltre, di creare ministeri speciali per la cura della ‘casa comune’ e la promozione dell’ecologia integrale a livello parrocchiale e in ciascuna giurisdizione ecclesiastica, che abbiano tra le loro funzioni la cura del territorio e delle acque, nonché la promozione dell’enciclica Laudato si‘. Assumere il programma pastorale, educativo ed incisivo dell’Enciclica Laudato si’ nei Capitoli V e VI a tutti i livelli e in tutte le strutture della Chiesa.

83. Come modo per riparare il debito ecologico che i Paesi hanno con l’Amazzonia, proponiamo la creazione di un fondo mondiale per coprire parte dei bilanci di quelle comunità presenti in Amazzonia che promuovono il loro sviluppo integrale e autosostenibile, anche per proteggerle dal desiderio predatorio di aziende nazionali e multinazionali di estrarre le loro risorse naturali.

84. Adottare abitudini responsabili che rispettino e valorizzino i popoli dell’Amazzonia, le loro tradizioni e la loro saggezza, proteggendo la terra e cambiando la nostra cultura di eccessivo consumo, la produzione di rifiuti solidi, stimolando il riutilizzo e il riciclaggio. Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili e l’uso della plastica modificando le nostre abitudini alimentari (consumo eccessivo di carne e pesce/frutti di mare) mediante stili di vita più sobri. Impegnarsi attivamente a seminare alberi, ricercando alternative sostenibili in agricoltura, energia e mobilità nel rispetto dei diritti della natura e delle persone. Promuovere l’educazione all’ecologia integrale a tutti i livelli, promuovere nuovi modelli economici e iniziative che favoriscano una qualità di vita sostenibile.

b. Osservatorio Socio Pastorale Amazzonico

85. Creare un osservatorio pastorale socio-ambientale, rafforzando la lotta per la difesa della vita. Effettuare una diagnosi del territorio e dei suoi conflitti socio-ambientali in ogni Chiesa locale e regionale, per poter assumere una posizione, prendere decisioni e difendere i diritti dei più vulnerabili. L’Osservatorio lavorerebbe in collaborazione con CELAM, CLAR, Caritas, REPAM, Episcopati nazionali, Chiese locali, Università cattoliche, CIDU, altri attori non ecclesiali del Continente e rappresentanti dei popoli indigeni. Chiediamo inoltre che nel Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale venga creato un ufficio amazzonico che sia in relazione con questo Osservatorio e con le altre istituzioni locali amazzoniche.

CAPITOLO V

NUOVI CAMMINI DI CONVERSIONE SINODALE 

“Io in loro e Tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,23)

86. Per camminare uniti la Chiesa ha bisogno di una conversione sinodale, sinodalità del Popolo di Dio sotto la guida dello Spirito in Amazzonia. Con questo orizzonte di comunione e partecipazione cerchiamo nuovi cammini ecclesiali, soprattutto nella ministerialità e sacramentalità della Chiesa dal volto amazzonico. La vita consacrata, i laici, e tra loro le donne, sono gli antichi protagonisti, ma sempre nuovi, che ci chiamano a questa conversione. 

La Sinodalità missionaria nella Chiesa amazzonica

a. La sinodalità missionaria di tutto il Popolo di Dio sotto la guida dello Spirito.

87. ‘Sinodo’ è una parola antica, venerata dalla Tradizione; indica il cammino che percorrono insieme i membri del popolo di Dio; rimanda al Signore Gesù, che si presenta come “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6), e al fatto che i cristiani furono chiamati ‘i discepoli della Via’ (cfr. At 9,2); essere sinodali significa seguire insieme “la via del Signore” (At 18,25). La sinodalità è il modo di essere della Chiesa primitiva (cfr. At 15) e deve essere il nostro. “Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo” (1 Cor 12,12). La sinodalità caratterizza anche la Chiesa del Vaticano II, intesa come Popolo di Dio, nell’eguaglianza e nella comune dignità a fronte della diversità di ministeri, carismi e servizi. “Indica lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice”, cioè nel “coinvolgimento e (nel)la partecipazione di tutto il Popolo di Dio alla vita e alla missione della Chiesa” (CTI, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, 2 marzo 2018, nn. 6-7).

88. Per camminare insieme, la Chiesa oggi ha bisogno di convertirsi all’esperienza sinodale. È necessario rafforzare una cultura di dialogo, di ascolto reciproco, di discernimento spirituale, di consenso e di comunione per trovare spazi e modalità al fine di giungere a decisioni comuni e rispondere alle sfide pastorali. In questo modo, sarà promossa la corresponsabilità nella vita della Chiesa in uno spirito di servizio. È urgente camminare, proporre e assumere responsabilità per superare il clericalismo e le imposizioni arbitrarie. La sinodalità è una dimensione costitutiva della Chiesa. Non si può essere Chiesa senza riconoscere un effettivo esercizio del sensus fidei di tutto il Popolo di Dio.

b. Spiritualità di comunione sinodale sotto la guida dello Spirito.

89. La Chiesa vive della comunione con il Corpo di Cristo attraverso il dono dello Spirito Santo. Il cosiddetto Concilio Apostolico di Gerusalemme (cfr At 15; Gal 2,1-10) è un evento sinodale in cui la Chiesa Apostolica, in un momento decisivo del suo cammino, vive la sua vocazione alla luce della presenza del Signore risorto in vista della missione. Questo evento si costituì nella figura paradigmatica dei Sinodi della Chiesa e della sua vocazione sinodale. La decisione presa dagli Apostoli, in accordo con tutta la comunità di Gerusalemme, è stata opera dell’azione dello Spirito Santo che guida il cammino della Chiesa, assicurandole la fedeltà al Vangelo di Gesù: “È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi” (At 15,28). Tutta l’assemblea accettò la decisione e la fece propria (cfr. At 15,22); poi la comunità di Antiochia fece lo stesso (cfr. At 15,30-31). Essere veramente ‘sinodale’ vuol dire avanzare in armonia sotto l’impulso dello Spirito vivificante.

90. La Chiesa in Amazzonia è chiamata a camminare nell’esercizio del discernimento, che è il centro dei processi e degli eventi sinodali. Si tratta di determinare e percorrere come Chiesa, attraverso l’interpretazione teologica dei segni dei tempi, sotto la guida dello Spirito Santo, il cammino da seguire al servizio del disegno di Dio. Il discernimento comunitario permette di scoprire la chiamata che Dio fa sentire in ogni determinata situazione storica. Questa Assemblea è un momento di grazia per esercitare l’ascolto reciproco, il dialogo sincero e il discernimento comunitario per il bene comune del Popolo di Dio nella Regione Amazzonica, e poi, nella fase di attuazione delle decisioni, per continuare a camminare sotto l’impulso dello Spirito Santo nelle piccole comunità, nelle parrocchie, nelle diocesi, nei vicariati, nelle’prelature’, e in tutta la regione.

c. Verso uno stile sinodale di vita e di lavoro nella regione amazzonica

91. Con audacia evangelica, vogliamo implementare nuovi cammini per la vita della Chiesa e il suo servizio ad un’ecologia integrale in Amazzonia. La sinodalità segna uno stile di vivere la comunione e la partecipazione nelle Chiese locali che si caratterizza per il rispetto della dignità e dell’uguaglianza di tutti i battezzati e le battezzate, la complementarietà dei carismi e dei ministeri, il piacere di riunirsi in assemblea per discernere insieme la voce dello Spirito. Questo Sinodo ci offre l’occasione di riflettere su come strutturare le Chiese locali in ogni regione e Paese, e di procedere a una conversione sinodale che indichi percorsi comuni di evangelizzazione. La logica dell’incarnazione insegna che Dio, in Cristo, si lega agli esseri umani che vivono nelle “culture proprie dei popoli” (AG 9) e che la Chiesa, Popolo di Dio inserito tra i popoli, ha la bellezza di un volto pluriforme perché si radica in molte culture diverse (cfr. EG 116). Questo si realizza nella vita e nella missione delle Chiese locali radicate in ogni “grande territorio socio-culturale” (AG 22).

92. Una Chiesa dal volto amazzonico ha bisogno che le sue comunità siano impregnate di spirito sinodale, sostenute da strutture organizzative in accordo con questa dinamica, come autentici organismi di ’comunione’. Le forme di esercizio della sinodalità sono varie, dovranno essere decentralizzate nei loro diversi livelli (diocesano, regionale, nazionale, universale), rispettose e attente ai processi locali, senza indebolire il legame con le altre Chiese sorelle e con la Chiesa universale. Le forme organizzative per l’esercizio della sinodalità possono essere varie. Stabiliscono una sincronia tra la comunione e la partecipazione, tra la corresponsabilità e la ministerialità di tutti, prestando particolare attenzione all’effettiva partecipazione dei laici al discernimento e alla presa di decisioni, rafforzando la partecipazione delle donne.

Nuovi cammini per la ministerialità ecclesiale 

a. Chiesa ministeriale e nuovi ministeri

93. Il rinnovamento del Concilio Vaticano II pone i laici in seno al Popolo di Dio, in una Chiesa tutta ministeriale, che ha nel sacramento del battesimo il fondamento dell’identità e della missione di ogni cristiano. I laici sono i fedeli che, con il battesimo sono stati incorporati a Cristo, costituiti così in popolo di Dio e, in modo proprio, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per cui esercitano il loro ruolo nella missione propria di tutto il popolo cristiano, nella Chiesa e nel mondo (cfr. LG 31). Da questa triplice relazione, con Cristo, con la Chiesa e con il mondo, nasce la vocazione e la missione del laicato. La Chiesa in Amazzonia, in vista di una società giusta e solidale nella cura della ‘casa comune’, vuole fare dei laici attori privilegiati. Il loro modo di agire è stato ed è vitale, sia nel coordinamento delle comunità ecclesiali, esercitando alcuni ministeri, sia nel loro impegno profetico in un mondo inclusivo per tutti, che ha nei suoi martiri una testimonianza che ci interpella.

94. Come espressione della corresponsabilità di tutti i battezzati nella Chiesa e dell’esercizio del sensus fidei di tutto il Popolo di Dio, sono nate le assemblee e i consigli pastorali in tutti gli ambiti ecclesiali, come pure le equipe di coordinamento dei diversi servizi pastorali ed i ministeri affidati ai laici. Riconosciamo la necessità di rafforzare e ampliare gli spazi di partecipazione del laicato, sia nella consultazione che nella presa di decisioni, nella vita e nella missione della Chiesa.

95. Sebbene la missione nel mondo sia compito di ogni battezzato, il Concilio Vaticano II ha sottolineato la missione del laicato: “l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente” (GS 39). Per la Chiesa amazzonica è urgente che si promuovano e si conferiscano ministeri a uomini e donne in modo equo. Il tessuto della Chiesa locale, anche in Amazzonia, è garantito dalle piccole comunità ecclesiali missionarie che coltivano la fede, ascoltano la Parola e celebrano insieme, essendo vicine alla vita della gente. È la Chiesa degli uomini e delle donne battezzati che dobbiamo consolidare promuovendo la ministerialità e, soprattutto, la consapevolezza della dignità battesimale.

96. Inoltre, il Vescovo può affidare, con un mandato a tempo determinato, in assenza di sacerdoti, l’esercizio della cura pastorale delle comunità ad una persona non investita del carattere sacerdotale, che sia membro della stessa comunità. Devono essere evitati i personalismi e quindi sarà un incarico a rotazione. Il Vescovo potrà costituire questo ministero in rappresentanza della comunità cristiana con un mandato ufficiale attraverso un atto rituale, affinché la persona responsabile della comunità sia riconosciuta anche a livello civile e locale. Resterà sempre il sacerdote, con la potestà e la facoltà di parroco, ad essere il responsabile della comunità.

b. La vita consacrata

97. Il testo evangelico – “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Lc 4,18) – esprime una convinzione che anima la missione della vita consacrata in Amazzonia, inviata ad annunciare la Buona Notizia nell’accompagnamento prossimo ai popoli indigeni, ai più vulnerabili e ai più lontani, a partire da un dialogo e da un annuncio che rende possibile una profonda conoscenza della spiritualità. Una vita consacrata con esperienze intercongregazionali e interistituzionali può rimanere in quelle comunità, dove nessuno vuole stare e con le quali nessuno vuole stare, imparando da loro e rispettando la cultura e le lingue indigene per arrivare al cuore dei popoli.

98. La missione, mentre contribuisce ad edificare e consolidare la Chiesa, rafforza e rinnova la vita consacrata e la chiama con più forza a riprendere ciò che è il più puro della sua ispirazione originaria. In questo modo la sua testimonianza sarà profetica e fonte di nuove vocazioni religiose. Proponiamo di scommettere su una vita consacrata con identità amazzonica, rafforzando le vocazioni autoctone. Sosteniamo l’inserimento e l’itineranza delle persone consacrate, insieme ai più impoveriti ed esclusi. I processi formativi devono includere una focalizzazione a partire dall’interculturalità, dall’inculturazione e dal dialogo tra le spiritualità e le cosmovisioni amazzoniche.

c. La presenza e l’ora della donna

99. La Chiesa in Amazzonia vuole “allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa” (EG 103). “Non riduciamo l’impegno delle donne nella Chiesa, bensì promuoviamo il loro ruolo attivo nella comunità ecclesiale. Se la Chiesa perde le donne, nella sua dimensione totale e reale, la Chiesa rischia la sterilità” (Francesco, Incontro con l’Episcopato brasiliano, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013).

100. Il Magistero della Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II ha messo in risalto il posto da protagonista che la donna occupa in essa: “Ma viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si completa in pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. È per questo, in questo momento nel quale l’umanità sperimenta una così profonda trasformazione, che le donne imbevute dello spirito del Vangelo possono tanto per aiutare l’umanità a non decadere” (Paolo VI, Messaggio alle donne alla conclusione del Concilio Vaticano II, 8 dicembre 1965).

101. La saggezza dei popoli ancestrali afferma che la madre terra ha un volto femminile. Nel mondo indigeno e in quello occidentale, le donne sono coloro che lavorano in molteplici campi, nell’istruzione dei figli, nella trasmissione della fede e del Vangelo; sono una presenza testimoniante e responsabile nella promozione umana, per cui si chiede che la voce delle donne sia ascoltata, che siano consultate e partecipino alle prese di decisioni e, in questo modo, possano contribuire con la loro sensibilità alla sinodalità ecclesiale. Apprezziamo la funzione della donna, riconoscendo il suo ruolo fondamentale nella formazione e nella continuità delle culture, nella spiritualità, nelle comunità e nelle famiglie. È necessario che ella assuma con maggiore forza la sua leadership in seno alla Chiesa e che la Chiesa riconosca ciò e lo promuova, rafforzando la sua partecipazione nei consigli pastorali delle parrocchie e delle diocesi, come anche nelle istanze di governo.

102. Di fronte alla realtà che soffrono le donne vittime di violenza fisica, morale e religiosa, femminicidio compreso, la Chiesa si pone in difesa dei loro diritti e le riconosce come protagoniste e custodi del creato e della ‘casa comune’. Riconosciamo la ministerialità che Gesù ha riservato alle donne. È necessario promuovere la formazione delle donne attraverso studi di teologia biblica, teologia sistematica, diritto canonico, valorizzando la loro presenza nelle organizzazioni e la loro leadership all’interno e all’esterno dell’ambiente ecclesiale. Vogliamo rafforzare i legami familiari, soprattutto per le donne migranti. Assicuriamo il loro posto negli spazi di leadership e nelle loro competenze specifiche. Chiediamo la revisione del Motu Proprio Ministeria quædam di San Paolo VI, affinché anche donne adeguatamente formate e preparate possano ricevere i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato, tra gli altri che possono essere svolti. Nei nuovi contesti di evangelizzazione e di pastorale in Amazzonia, dove la maggior parte delle comunità cattoliche sono guidate da donne, chiediamo che venga creato il ministero istituito di “donna dirigente di comunità”, dando ad esso un riconoscimento, nel servizio alle mutevoli esigenze di evangelizzazione e di attenzione alle comunità.

103. Nelle numerose consultazioni che si sono svolte in Amazzonia, è stato riconosciuto e sottolineato il ruolo fondamentale delle religiose e delle laiche nella Chiesa amazzonica e nelle sue comunità, visti i molteplici servizi che offrono. In molte di queste consultazioni è stata avanzata la richiesta del diaconato permanente per le donne. Per questo motivo il tema è stato anche molto presente durante il Sinodo. Già nel 2016, Papa Francesco aveva creato una Commissione di studio sul diaconato delle donne che, come Commissione, è arrivata ad un risultato parziale su come era la realtà del diaconato delle donne nei primi secoli della Chiesa e sulle sue implicazioni attuali. Ci piacerebbe pertanto condividere le nostre esperienze e riflessioni con la Commissione e attenderne i risultati.

d. Diaconato permanente

104. Per la Chiesa amazzonica, è urgente la promozione, la formazione e il sostegno ai diaconi permanenti a causa dell’importanza di questo ministero nella comunità e, in modo particolare, a motivo del servizio ecclesiale richiesto da molte comunità, specialmente dai popoli indigeni. Le specifiche esigenze pastorali delle comunità cristiane amazzoniche ci portano ad una più ampia comprensione del diaconato, un servizio che esiste fin dall’inizio della Chiesa e che è stato riproposto come grado autonomo e permanente dal Concilio Vaticano II (cfr. LG 29, AG 16, OE 17). Il diaconato oggi deve anche promuovere l’ecologia integrale, lo sviluppo umano, la pastorale sociale, il servizio a chi si trova in condizioni di vulnerabilità e povertà, configurandolo a Cristo Servo, diventando una Chiesa misericordiosa, samaritana, solidale e diaconale.

105. I presbiteri devono tenere in conto che il diacono è al servizio della comunità per mandato e sotto l’autorità del vescovo, e che hanno l’obbligo di sostenere i diaconi permanenti e di agire in comunione con loro. Si deve tenere presente il mantenimento dei diaconi permanenti. Questo include il processo vocazionale secondo i criteri di ammissione. Le motivazioni del candidato devono essere orientate al servizio e alla missione del diaconato permanente nella Chiesa e nel mondo di oggi. Il progetto formativo si divide tra studio accademico e pratica pastorale, accompagnato da un’équipe formativa e dalla comunità parrocchiale, con contenuti e itinerari adattati ad ogni realtà locale. È auspicabile che anche la moglie ed i figli partecipino al processo di formazione.

106. Il programma di studi (curriculum) per la formazione al diaconato permanente, oltre alle materie obbligatorie, deve includere temi che favoriscano il dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale, la storia della Chiesa in Amazzonia, l’affettività e la sessualità, la cosmovisione indigena, l’ecologia integrale e altri temi trasversali tipici del ministero diaconale. L’équipe dei formatori sarà composta da ministri ordinati e laici competenti, in linea con il Direttorio del diaconato permanente approvato in ogni Paese. Vogliamo incoraggiare, sostenere e accompagnare personalmente il processo vocazionale e la formazione di futuri diaconi permanenti nelle comunità che abitano sulle rive dei fiumi e in quelle indigene, con la partecipazione di parroci, religiosi e religiose. Infine, che ci sia un programma di accompagnamento alla formazione permanente (spiritualità, formazione teologica, questioni pastorali, attualizzazione dei documenti della Chiesa, ecc.), sotto la guida del Vescovo.

e. Itinerari di formazione inculturata

107. “Vi darò pastori secondo il mio cuore” (Ger 3, 15). Questa promessa, essendo divina, è valida per tutti i tempi e in tutti i contesti, quindi vale anche per l’Amazzonia. Destinata a configurare il sacerdote a Cristo, la formazione al ministero ordinato deve essere una scuola comunitaria di fraternità, esperienziale, spirituale, pastorale e dottrinale, a contatto con la realtà delle persone, in armonia con la cultura e la religiosità locale, vicina ai poveri. Abbiamo l’esigenza di preparare buoni pastori che vivano la Buona Notizia del Regno, conoscano le leggi canoniche, siano compassionevoli, il più possibile simili a Gesù, la cui pratica sia quella di fare la volontà del Padre, alimentati dall’Eucaristia e dalla Sacra Scrittura. Quindi, una formazione più biblica, nel senso di assimilazione a Gesù come si mostra nei Vangeli: vicino alle persone, capace di ascoltare, di guarire, di consolare pazientemente, non chiedendo niente, ma manifestando la tenerezza del cuore di suo Padre.

108. Per offrire ai futuri presbiteri delle Chiese in Amazzonia una formazione dal volto amazzonico, inserita e adatta alla realtà, contestualizzata e capace di rispondere alle numerose sfide pastorali e missionarie, proponiamo un piano formativo in linea con le sfide delle Chiese locali e della realtà amazzonica. Deve includere nei contenuti accademici discipline che si occupino di ecologia integrale, di eco-teologia, di teologia della creazione, di teologie indie, di spiritualità ecologica, di storia della Chiesa in Amazzonia, di antropologia culturale amazzonica, ecc. I centri di formazione alla vita sacerdotale e consacrata devono preferibilmente inserirsi nella realtà amazzonica, al fine di favorire il contatto del giovane amazzonico in formazione con la sua realtà, mentre si prepara alla sua futura missione, garantendo così che il processo di formazione non si allontani dal contenuto vitale delle persone e della loro cultura. Si offra, inoltre, ad altri giovani non amazzonici l’opportunità di svolgere la propria formazione in Amazzonia, in modo da favorire le vocazioni missionarie.

f. L’Eucaristia, fonte e culmine di comunione sinodale

109. Secondo il Concilio Vaticano II, la partecipazione all’Eucaristia è la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana; è il simbolo dell’unità del Corpo Mistico; è il centro e il culmine di tutta la vita della comunità cristiana. L’Eucaristia contiene tutto il bene spirituale della Chiesa; è la fonte e il culmine di ogni evangelizzazione. Facciamo eco alla frase di san Giovanni Paolo II: “La Chiesa vive dell’Eucaristia” (Ecclesia de Eucharistia, 1). L’Istruzione della Congregazione per il Culto Divino Redemptionis sacramentum (2004) insiste affinché i fedeli godano del diritto alla celebrazione eucaristica come stabilito nei libri e nelle norme liturgiche. Tuttavia sembra strano parlare del diritto a una celebrazione eucaristica secondo quanto prescritto, mentre non si parla del diritto ancor più fondamentale di accesso all’Eucaristia per tutti: “Nell’Eucaristia è già realizzata la pienezza, ed è il centro vitale dell’universo, il centro traboccante di amore e di vita inesauribile. Unito al Figlio incarnato, presente nell’Eucaristia, tutto il cosmo rende grazie a Dio. In effetti l’Eucaristia è di per sé un atto di amore cosmico” (LS 236).

110. Esiste un diritto della comunità alla celebrazione, il quale deriva dall’essenza dell’Eucaristia e dal suo posto nell’economia di salvezza. La vita sacramentale è l’integrazione delle varie dimensioni della vita umana nel Mistero Pasquale, che ci rafforza. Per questo motivo le comunità vive reclamano davvero la celebrazione dell’Eucaristia. Essa è, senza dubbio, il punto di arrivo (culmine e compimento) della comunità; ma, allo stesso tempo, è il punto di partenza: di incontro, di riconciliazione, di apprendimento e catechesi, di crescita comunitaria.

111. Molte delle comunità ecclesiali del territorio amazzonico hanno enormi difficoltà di accesso all’Eucaristia. A volte trascorrono non solo mesi, ma addirittura diversi anni prima che un sacerdote possa tornare in una comunità per celebrare l’Eucaristia, offrire il sacramento della Riconciliazione o celebrare l’Unzione degli Infermi per i malati della comunità. Apprezziamo il celibato come dono di Dio (cfr. Sacerdotalis Caelibatus, 1) nella misura in cui questo dono permette al discepolo missionario, ordinato al presbiterato, di dedicarsi pienamente al servizio del Santo Popolo di Dio. Esso stimola la carità pastorale e preghiamo che ci siano molte vocazioni che vivono il sacerdozio celibatario. Sappiamo che questa disciplina “non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio” (PO 16), sebbene vi sia per molte ragioni un rapporto di convenienza con esso. Nella sua enciclica sul celibato sacerdotale, san Paolo VI ha mantenuto questa legge, esponendo le motivazioni teologiche, spirituali e pastorali che la motivano. Nel 1992, l’esortazione post-sinodale di san Giovanni Paolo II sulla formazione sacerdotale ha confermato questa tradizione nella Chiesa latina (PDV 29). Considerando che la legittima diversità non nuoce alla comunione e all’unità della Chiesa, ma la manifesta e ne è al servizio (cfr. LG 13; OE 6), come testimonia la pluralità dei riti e delle discipline esistenti, proponiamo che, nel quadro di Lumen gentium 26,  l’autorità competente stabilisca criteri e disposizioni per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, i quali, pur avendo una famiglia legittimamente costituita e stabile, abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato al fine di sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei Sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica. A questo proposito, alcuni si sono espressi a favore di un approccio universale all’argomento.

Nuovi cammini per la sinodalità ecclesiale

a. Strutture sinodali regionali nella Chiesa amazzonica

112. La maggior parte delle Diocesi, delle Prelature e dei Vicariati dell’Amazzonia sono costituiti da territori estesi, hanno pochi ministri ordinati e scarse risorse finanziarie, manifestando notevoli difficoltà per sostenere la missione. Il ‘costo dell’Amazzonia’ ha gravi ripercussioni sull’evangelizzazione. Di fronte a questa realtà, è necessario riprogettare il modo in cui sono organizzate le Chiese locali, ripensare le strutture di comunione a livello provinciale, regionale e nazionale, e anche dal punto di vista pan-amazzonico. Pertanto, è necessario articolare spazi sinodali e generare reti di sostegno solidale. È urgente superare le frontiere che la geografia impone e costruire ponti che uniscano. Il Documento di Aparecida insisteva già sul fatto che le Chiese locali generino forme di associazione interdiocesana in ogni nazione o tra Paesi di una stessa regione e che favoriscano una maggiore cooperazione tra le Chiese sorelle (cfr. DAp 182). In vista di una Chiesa presente, solidale e samaritana proponiamo: ridimensionare le vaste aree geografiche delle diocesi, dei vicariati e delle ‘prelature’; creare un fondo amazzonico per il sostegno all’evangelizzazione; sensibilizzare e incoraggiare le agenzie internazionali di cooperazione cattolica a sostenere le attività di evangelizzazione al di là dei progetti sociali.

113. Nel 2015, durante la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi da parte di San Paolo VI, Papa Francesco ci ha invitato a rinnovare la comunione sinodale ai vari livelli della vita della Chiesa: locale, regionale e universale. La Chiesa sta sviluppando una rinnovata comprensione della sinodalità su scala regionale. Sostenuta dalla tradizione, la Commissione Teologica Internazionale afferma: “Il livello regionale nell’esercizio della sinodalità è quello vissuto nei raggruppamenti di Chiese particolari presenti in una stessa regione: una Provincia, come avveniva soprattutto nei primi secoli della Chiesa, o un Paese, un Continente o parte di esso” (CTI, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, 2 marzo 2018, n. 85). L’esercizio della sinodalità a questo livello rafforza i legami spirituali e istituzionali, favorisce lo scambio di doni e aiuta a progettare criteri pastorali comuni. La pastorale sociale congiunta delle Diocesi situate alle frontiere dei Paesi deve essere rafforzata per affrontare problemi comuni che vanno oltre l’ambito locale, come lo sfruttamento delle persone e del territorio, il traffico di droga, la corruzione, la tratta di esseri umani, ecc. Il fenomeno migratorio deve essere affrontato in modo coordinato dalle Chiese di frontiera.

b. Università e nuove strutture sinodali amazzoniche

114. Proponiamo che venga istituita un’Università Cattolica Amazzonica basata sulla ricerca interdisciplinare (compresi gli studi sul campo), l’inculturazione e il dialogo interculturale; che la teologia inculturata comprenda la formazione congiunta per i ministeri laici e la formazione dei sacerdoti, fondata principalmente sulla Sacra Scrittura. Le attività di ricerca, educazione e divulgazione dovrebbero includere programmi di studio ambientale (conoscenze teoriche basate sulla saggezza dei popoli che vivono nella regione amazzonica) e studi etnici (descrizione delle diverse lingue, ecc.). La formazione degli insegnanti, l’insegnamento e la produzione di materiale didattico deve rispettare i costumi e le tradizioni dei popoli indigeni, elaborando materiale didattico inculturato e svolgendo attività di divulgazione in diversi Paesi e regioni. Chiediamo alle università cattoliche dell’America Latina di contribuire alla creazione dell’Università Cattolica Amazzonica e di accompagnarne lo sviluppo.

c. Organismo Ecclesiale Regionale Postsinodale per la regione amazzonica

115. Proponiamo di creare un organismo episcopale che promuova la sinodalità tra le Chiese della regione, che aiuti a delineare il volto amazzonico di questa Chiesa e che continui il compito di trovare nuovi cammini per la missione evangelizzatrice, includendo in special modo la proposta dell’ecologia integrale, rafforzando così la fisionomia della Chiesa amazzonica. Si tratterebbe di un organismo episcopale permanente e rappresentativo che promuove la sinodalità nella regione amazzonica, articolato con il CELAM, con una propria struttura, in un’organizzazione semplice ed articolato anche con la REPAM. In questo modo può essere il canale efficace per assumere, a partire dal territorio della Chiesa latinoamericana e caraibica, molte delle proposte emerse in questo Sinodo. Sarebbe il nesso in grado di articolare reti e iniziative ecclesiali e socio-ambientali a livello continentale e internazionale. 

d. Rito per i popoli originari

116. Il Concilio Vaticano II ha aperto spazi per il pluralismo liturgico per le “legittime diversità e i legittimi adattamenti ai vari gruppi etnici, regioni, popoli” (SC 38). In questo senso, la liturgia deve rispondere alla cultura perché sia fonte e culmine della vita cristiana (cfr. SC 10) e perché si senta collegata alle sofferenze e alle gioie del popolo. Dobbiamo dare una risposta autenticamente cattolica alla richiesta delle comunità amazzoniche di adattare la liturgia valorizzando la cosmovisione, le tradizioni, i simboli e i riti originali che includano la dimensione trascendente, comunitaria ed ecologica.

117. Nella Chiesa cattolica ci sono 23 diversi Riti, segno evidente di una tradizione che fin dai primi secoli ha cercato di inculturare i contenuti della fede e la sua celebrazione attraverso un linguaggio il più possibile coerente con il mistero che si vuole esprimere. Tutte queste tradizioni hanno origine in funzione della missione della Chiesa: “Le Chiese di una stessa area geografica e culturale sono giunte a celebrare il Mistero di Cristo con espressioni particolari, culturalmente caratterizzate: nella tradizione del ‘deposito della fede’, nel simbolismo liturgico, nell’organizzazione della comunione fraterna, nella comprensione teologica dei misteri e in varie forme di santità” (CCC 1202; cfr. anche CCC 1200-1206).

118. È necessario che la Chiesa, nella sua instancabile opera evangelizzatrice, operi perché il processo di inculturazione della fede si esprima nelle forme più coerenti, affinché sia celebrato e vissuto anche secondo le lingue proprie dei popoli amazzonici. È urgente formare comissioni per la traduzione e la redazione di testi biblici e liturgici nelle lingue proprie dei diversi luoghi, con le risorse necessarie, preservando la materia dei sacramenti e adattandoli alla forma, senza perdere di vista l’essenziale. In questo senso è necessario incoraggiare la musica e il canto, il tutto accettato e incoraggiato dalla liturgia.

119. Il nuovo organismo della Chiesa in Amazzonia deve costituire una commissione competente per studiare e dialogare, secondo gli usi e i costumi dei popoli ancestrali, in vista dell’elaborazione di un rito amazzonico che esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale dell’Amazzonia, con particolare riferimento a quanto afferma la Lumen gentium per le Chiese orientali (cfr. LG 23). Questo si aggiungerebbe ai riti già presenti nella Chiesa, arricchendo l’opera di evangelizzazione, la capacità di esprimere la fede in una cultura propria, il senso di decentralizzazione e di collegialità che la cattolicità della Chiesa può esprimere. Si potrebbe anche studiare per proporre come arricchire i riti ecclesiali con il modo in cui questi popoli si prendono cura del loro territorio e si relazionano con le sue acque.

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